È impossibile intavolare un’analisi approfondita di Arrival senza fare spoiler. Il nucleo narrativo del film e le domande filosofiche che pone si formano nella mente dello spettatore rispettivamente a metà e dopo aver visto il film.

Data la premessa, questa recensione si soffermerà esclusivamente sull’idea di base della trama e sulle prove del cast e della crew.

Arrival è l’ultimo film di Denis Villeneuve, regista canadese che lo scorso anno ha raggiunto la notorietà su scala mondiale con il suo Sicario, uno dei film d’azione più raffinati degli ultimi anni. Villeneuve – che sempre quest’anno tornerà in sola con l’attesissimo seguito di Blade Runner – è uno dei registi più versatili del panorama cinematografico attuale e uno dei pochissimi in grado dare un’impronta autoriale rigorosa a quelli che sulla carta (e de facto, considerando che Arrival ha già incassato 175 milioni di dollari a fronte dei 50 spesi per la sua realizzazione) sarebbero dei blockbuster.

La trama è abbastanza semplice: 12 enormi oggetti volanti non identificati di forma ovale sono atterrati in diversi punti della terra e come dei monumenti restano lì, immobili. I governi dei paesi coinvolti però riescono ad instaurare un canale di comunicazione con queste entità e gli Stati Uniti decidono di disporre dell’aiuto dell’illustre linguista Louise Banks (Amy Adams) per riuscire a capire il linguaggio degli alieni, in modo da conoscere il loro scopo. Accompagnata nella sua missione dal fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner) e dal team assemblato per loro dall’esercito, i due proveranno in tutti i modi a trovare una chiave di lettura nel linguaggio alieno, prima che altre nazione decidano di saltare i convenevoli e passare alle maniere forti.

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Questa è solo la prima parte del film e anche lo strato superficiale della sua intenzione narrativa, ma anche limitandoci a questo non possiamo non notare la qualità attraverso cui questa storia ci viene raccontata. Il lavoro di Villeneuve dietro la macchina da presa è al solito encomiabile, con una pulizia formale e un’equilibrio della messa in scena ormai veramente raro da vedere nelle grandi produzioni cinematografiche. Soprattutto è da sottolineare la scelta di costruire un film sostanzialmente tutto dal punto di vista della protagonista: noi spettatori veniamo informarti dei fatti in contemporanea con lei e questo non fa altro che rendere i momenti di anticipazione, dilatati fino allo stremo, pregni di angoscia. Ogni salto nel buio noi la facciamo insieme a Louise e di quello che succederà poi ne veniamo informati insieme a lei (una tecnica che Villeneuve aveva già utilizzato nell’incredibile scena dell’attraversamento del confine Messicano all’inizio di Sicario). Certo questa è una scelta rischiosa che prevede di poggiare il film interamente sulle spalle dell’attrice protagonista, ma in questo caso ha funzionato alla grande: la prova di Amy Adams è di quelle da Oscar (si, anche se non è stata nominata). Emozionante ma trattenuta, credibile e umana, la Louise di Adams è un clinic di recitazione. Fa il suo anche Jeremy Renner, lontano da i suoi tipic personaggi, che resta però relegato ad un ruolo di secondo piano.

Dal punto di vista visivo il film è maestoso, merito delle location e della splendida fotografia di Bradford Young che aveva già lavorato nel sottovalutato e bellissimo A Most Violent Year (in italia 1981: Indagine a New York. Si, lo so.) e anche le orecchie hanno la loro parte, con il sound design drone di Johann Johannsson, adattissimo in particolare all’atmosfera inquietante che aleggia attorno agli UFO.

Arrival è un film dal ritmo lento, che richiede pazienza e partecipazione sia emotiva che intellettuale, ma che è in grado di ripagare alla grande, se solo si è disposti ad aspettare il favoloso terzo atto.

E nel frattempo si può sempre ammirare che cosa sia una lavoro fatto veramente bene.