Come si fa un film (possibilmente bello) di Assassin’s Creed, saga videoludica che negli anni è riuscita a imporsi, pur tra alti e bassi, per il fascino indiscutibile dei suoi protagonisti, le splendide ricostruzioni storiche e i continui colpi di scena? Si entra in cucina, come in una qualsiasi puntata di Masterchef, si scelgono gli ingredienti e li si prepara alla meno peggio, infilando poi tutto in forno nella speranza che alla riapertura scatti la magia. E allora ecco che Ubisoft punta innanzitutto su Michael Fassbender, il Magneto degli X-Men ma anche il candidato agli Oscar per 12 Anni Schiavo e Steve Jobs, qui in veste anche di produttore. Aggiunge la bella e brava Marion Cotillard (lei la preziosa statuetta l’ha anche vinta, tra l’altro). Condisce il tutto con un mostro sacro come Jeremy Irons, e per chiudere in bellezza affida la regia a Justin Kurzel, che ha saputo conquistare critica e pubblico con il suo Macbeth lo scorso anno. Voilà, il piatto è servito.

Rischio minimo, considerando anche che il terzetto Kurzel-Cotillard-Fassbender ha già lavorato insieme proprio nell’apprezzato Macbeth, superando quindi la fase di rodaggio con il massimo dei voti. Un successo annunciato? Purtroppo no, ennesima dimostrazione di come un bel film non sia la semplice somma degli elementi che lo compongono ma necessiti di qualcosina in più per riuscire davvero a far breccia nel cuore dello spettatore. Assassin’s Creed racconta le peripezie di Callum Lynch, condannato a morte per omicidio e sfuggito alla pena capitale grazie all’intervento della tetra e potentissima Fondazione Asbergo, che lo trascina di forza in una base segreta ubicata a Madrid.

Qui l’uomo scopre di essere un discendente dell’Ordine degli Assassini, in lotta da secoli con quello dei Templari. Contro la sua volontà sarà costretto a entrare nell’Animus, un macchinario che gli permette di rivivere in prima persona i ricordi del suo avo Aguilar ai tempi dell’inquisizione spagnola, così da aiutare i suoi rapitori a mettere le mani sulle preziosa Mela dell’Eden, artefatto contenente il codice genetico del libero arbitrio e capace di garantire finalmente un mondo dove la violenza, così come la possibilità di scelta, è stata finalmente debellata. Vi sembra confuso? In parte lo è, innegabile. Ma d’altronde simili concetti suonano abbastanza familiari a chi ha giocato ai videogame della saga Ubisoft. Peccato che alle contorte premesse segua uno sviluppo ancor più ingarbugliato e molto, molto caotico.

Assasin’s Creed si snoda lungo due correnti narrative parallele, con Aguilar a lottare contro i Templari nel 1492 e il suo discendente Callum a fare i conti nel 2016 con le macchinazioni della Fondazione. Una divisione anche cromatica, con Kurzel che gioca sul contrasto tra un presente freddo e asettico e un passato che è invece improvvisa esplosione di tonalità ocra e ambra, polvere e afa, una consistenza diversa e diametralmente opposta. Proprio queste ultime sono le parti che funzionano meglio: quando la macchina del tempo riporta indietro le lancette, ci ritroviamo di colpo un mondo sporco e violento, dove combattimenti ritmati e meravigliosi divertono e lasciano a tratti senza fiato. Il risveglio, purtroppo, è invece quasi sempre terribile, considerando lo scialbore di una sceneggiatura a tratti indecifrabile arricchita da dialoghi capaci di lasciare basito il più ingenuo degli appassionati.

Fassbender è in gamba, senza dubbio, e ingigantito da un’inedita muscolatura frutto di duro allenamento tenta di caricare il peso del film sulle sue (ormai grandissime) spalle. Ci prova, non ci riesce. La Cotillard, una delle migliori attrici contemporanee per distacco, fallisce a sua volta nel dare profondità a un personaggio scritto male e di fatto semplicemente stucchevole. Irons se la cava con l’esperienza, fortunato anche nell’essere quello col minutaggio minore e quindi meno esposto a figure barbine. Un’opera dinamica ma priva di spessore, questo Assassin’s Creed, che vorrebbe presentarsi come perfetta sutura tra il medium cinematografico e quello videoludico e fallisce invece su entrambi i fronti: da un lato, un film privo di un’anima. Dall’altro, un videogame che stufa presto invogliando il giocatore a riporlo sullo scaffale.

Il finale pone (chi l’avrebbe mai detto?) le basi per la futura evoluzione del franchise, nella speranza che questo primo capitolo spento e affatto incisivo venga presto superato. Divertente notare come la maggior parte di siti e riviste specializzate, nello stroncare Assassin’s Creed, si sia affrettato poi ad aggiungere frasi come “resta comunque il miglior adattamento cinematografico di un videogioco”. Un po’ come quando, interrogati dagli amici sull’esito di una nefasta partita di calcetto, rispondevamo con il classico “abbiamo perso 6 a 0, ma io sono stato il migliore in campo”. Contenti loro…