Dorme in macchina Logan. La stessa che guida per guadagnarsi da vivere, scarrozzando a destra e manca per la città ricchi uomini d’affari e ragazzine ubriache vogliose di scatenarsi in discoteca. Lo svegliano controvoglia, lo costringono a scendere. Zoppica, inciampa, si trascina a fatica dopo aver scolato l’ennesima bottiglia nel tentativo di prendere sonno. I titoli di testa non sono ancora arrivati eppure il cuore dell’ennesima incursione nel mondo degli X-Men è già sotto i nostri occhi, spiazzante. Sono passati quasi 17 anni da quando Bryan Singer lanciò sul grande schermo la saga con protagonisti i vari Ciclope e Magneto, dando il via a una delle epopee su celluloide più lunghe della storia del cinema. Ora James Mangold ne tira le somme, riportando al centro della narrazione quel Wolverine che è da sempre nucleo indiscusso dell’universo Marvel, personaggio tra i più iconici e amati dai fan di vecchia e nuova data. Sceglie di chiudere un cerchio, il regista americano, forte di una sceneggiatura buttata giù a sei mani con l’aiuto di Michael Green e Scott Frank. Lo fa con coraggio e determinazione encomiabili, toccanti. Da brividi.

Un film unico che rinuncia fin da subito ai cliché del genere, spazza via ogni facile cornice, sceglie di giocare su terreni diversi e assai più impervi. I mutanti non esistono più: i vecchi sono morti, di nuovi non ne sono semplicemente mai  nati. I sopravvissuti si contano sulle dita di una mano. Wolverine non indossa più tute, maschere, stivaletti. Del suo alter ego vestito di giallo e nero non restano che echi lontani, le action figure vendute nei negozi, i fumetti letti avidamente dai ragazzini. Si muove stanco, fiaccato dagli anni e da un potere rigenerante sempre meno efficace. Soffre, sanguina, colleziona cicatrici dentro e fuori un corpo ingrassato e sgraziato. Non tollera più il mondo che lo circonda, gli urla contro la sua rabbia a ogni occasione. Ha perso tutto e tutti, con la sola eccezione di un Charles Xavier in preda alla demenza senile, lucido soltanto a tratti tra pasticche e iniezioni, costretto a farsi sollevare di peso dalla sedia a rotelle per andare in bagno senza farsela sotto. La Bestia non lotta più, non vuole lottare più. Un Mickey Rourke ormai allergico al ring e al wrestling. A fornirgli un pretesto per rialzare la schiena malconcia sarà l’incontro casuale con una bambina, Laura, dotata a sua volta di poteri straordinari e per questo costretta a fuggire e nascondersi. Un’estranea che spingerà lui e il suo mentore ad affrontare un ultimo viaggio, un’ultima avventura buona per chiudere i conti una volta per tutte (non solo metaforicamente, ma qui ci fermiamo onde evitare spoiler) con un passato troppo ingombrante per essere affogato in una bottiglia.

Una storia semplice, classica. Raccontata con una forza inarrestabile. Mangold lascia in cantina fin dalle prime scene i toni scanzonati dei cinecomic, gli effetti speciali, le tematiche rituali. Punta sulla cruda umanità di un cast ridotto all’osso e costantemente vessato da umiliazioni, costretto a fare i conti con la paura, la solitudine, la vecchiaia. C’è il sangue, copioso. Ci sono (udite udite) addirittura le tette. C’è un eroismo meno platinato e più crudo, quello del western. E c’è la morte a far capolino in ogni sequenza, attrice non accreditata ma sempre al fianco di fantasmi convinti infine a lottare ancora per dare un senso al capitolo conclusivo delle rispettive esistenze. Perfetto Hugh Jackman, che ricorda al mondo tutte le sue capacità recitative incarnando un Wolverine nichilista, acre, goffo e grondante bile. Addirittura sublime Patrick Steward, il cervello più potente del mondo, tenero e patetico, divertente, spalla perfetta per modulare l’animalesca istintività del suo compagno di viaggio. Straordinario. I villain di turno? Ci sono anche loro ma sono meno palpabili del solito, pretesti e non elementi chiave in una storia che ha altrove il suo fulcro narrativo.

Un road movie, un noir. Una meravigliosa eccezione. Richiama alla mente The Last of Us, tra le massime espressioni del medium videoludico, in quel rapporto tra Logan e la piccola Laura fatto prima di rifiuti e poi di crescente complicità. E il maestoso Gli Spietati di Clint Eastwood, altro crepuscolare manifesto di un mondo ormai al tramonto e destinato a non tornare più. In scena il dolore, la violenza, la fragilità comune a X-Men ed esseri umani. Un capolavoro, senza se e senza ma, che declina finalmente il genere in forma nuova, lì dove anche il bravissimo Cristopher Nolan era stato costretto a scendere a compromessi coprendo il suo Batman con il più comodo mantello del super blockbuster d’azione. Funziona la fotografia di John Mathieson, al servizio dell’operazione dall’inizio alla fine, funzionano le colonne sonore, con il compianto Johnny Cash a far capolino in un momento destinato a rimanervi marchiato a fuoco nell’animo forse per tutta la vita.

Tutto perfetto, insomma. No, non proprio. Ché tutto sommato Logan poteva essere un po’ asciugato, considerando la durata superiore alle due ore a fronte di una storia alquanto lineare. E i piccoli, giovani mutanti, quelli destinati a ereditare sulle strette spalle il peso della diversità e costruire un futuro migliore, non convincono fino in fondo, finendo per assomigliare troppo alla scanzonata armata dei Bambini Sperduti di Hook – Capitan Uncino. Un po’ fuori luogo, insomma, ma parliamo comunque di difetti veniali in un film destinato a diventare un caposaldo con il quale ogni autore sarà chiamato a confrontarsi di qui in avanti. Si ride, ci si commuove, ci si emoziona. E si piangono lacrime dolci, a testa alta, come i veri eroi a cavallo verso l’orizzonte. Ci eravamo scordati che Wolverine, sotto l’adamantio e gli artigli assassini, avesse anche questo tipo di superpoteri. Grazie di cuore, vecchia canaglia dalle impresentabili basette, per avercelo ricordato.