La mia reazione istintiva dopa aver visto il trailer di Blade Runner 2049, è stata quella di aprire Spotify e cercare la colonna sonora dell’originale, che fortunatamente c’è. Già questo mi fa ben sperare: significa che sono bastati due minuti e 21 secondi per rievocare nel sottoscritto le atmosfere del capolavoro di Ridley Scott.

Ovviamente la quantità di talento adoperata per la creazione di questo film è straordinaria – Denis Villeneuve, reduce dall’ottimo Arrival e dall’eccezionale Sicario, Roger Deakins, uno dei più grandi direttori della fotografia viventi, Jóhann Jóhannsson, maestro dei dronti inquietanti e evocativi, più tutto il cast, compreso la sopresa Jared Leto – roba che ti senti in colpa anche solo a metterne in dubbio la riuscita, considerando i recenti successi delle persone citate qui sopra (ok, a parte Suicide Squad, Suicide Squad è il male, fortunatamente c’è una grande probabilità che tutti i prossimi film DC saranno anche peggio, e presto ce ne dimenticheremo).

Eppure.

Eppure è insita nella natura di ogni amante del cinema (e nello specifico di ogni amante del cinema nerd e appassionato di fantascienza, quindi moltiplicate al cubo) la diffidenza per questo tipo di operazioni: un seguito uscito 35 anni dopo, il ripescare un’immaginario ormai cementificato nella cultura popolare, temi e personaggi dell’originale che risaltano fuori, rischiando di stravolgere il mondo del primo film creando delle incongruenze (ma Deckard…30 anni dopo…ma non era…).

Poi però, Villeneuve + Deakins happens:

L’estetica in Blade Runner è stata un elemento fondamentale e profondamente funzionale al successo del primo film, tanto da renderlo attuale ancora oggi, tre decenni dopo. Ha il merito di aver reso appetibile alle masse il ritmo compassato e i dilemmi filosofici che Scott ha deciso di non compromettere nonostante l’ambizione di creare un blockbuster. Forse un’eredità della stagione della New Hollywood, probabilmente il periodo d’oro del cinema “impegnato” statunitense, allora appena conclusasi. Scott, qui in veste di produttore, si è “limitato” ha scegliere un team in sintonia con la sua concezione estetica, sempre tesa ad un rappresentazione chiara e pulita della “bellezza” che può scaturire da un taglio di luce appropriato ( sempre presente anche nei suoi film secondari, come l’action d’ambientazione giapponese Black Rain, che mette in scena una splendida Osaka, allo stesso tempo contemporanea e futuristica, catturando perfettamente l’immaginario super-avanzato del Giappone del boom economico degli anni’80).

 

La Los Angeles del futuro, l’eterotopia multiculturale cyberpunk che ha sconvolto l’immaginario di milioni di fan e di autori di fantascienza, è ancora qui con noi; Ryan Gosling sembra perfetto nel suo ruolo di poliziotto tosto e – apparentemente- privo di emozioni; Jared Leto una versione aggiornata di Tyrell, ancora più senza scrupoli; la tensione verso le questioni del prossimo futuro – i dilemmi etici della produzione di forza lavoro automatizzata, nel caso specifico – sempre presente (tanto che il trailer si apre con queste parole di Leto/Wallace: “ogni civiltà è stata costruita sullo sfruttamento di una forza lavoro, ma solo io ne posso creare così tanta”. Il materiale da hype non manca.

Le domande scaturite dalla visione del film non sono poche naturalmente: a partire dal ruolo che di Deckard in tutta la vicenda, anzi dalla stessa presenza di Deckard, chi ha visto l’originale sa di cosa sta parlando, fino ad arrivare ai dubbi riguardanti il rischio “more of the same” in stile il Risveglio della Forza: ovvero creare un seguito basato sullao stesso template del primo. Nel caso di Star Wars ha funzionato, per quanto riguarda un film decisamente più ambizioso dal punto di vista narrativo potrebbe essere un problema.

Ma non fasciamoci la testa prima del 6 ottobre, giorno di uscita nelle sale (si spera) mondiali.

D’altra parte, nella peggiore delle ipotesi, dovremmo “limitarci” a godere di un grande spettacolo visivo. Non da buttare, via.