The Legend of Zelda: Breath of the Wild è un capolavoro, mettiamo subito le cose in chiaro. Spesso si abusa del termine, è vero, ma stavolta siamo di fronte a un’opera che alza di qualche spanna l’asticella del medium videoludico e non solo.  Eiji Aonuma e i suoi avevano promesso una pietra miliare, un prodotto che pur mantenendo le caratteristiche della Leggenda sarebbe stato fresco e rivoluzionario. Difficile metterlo in dubbio, considerando gli eccellenti precedenti, ma nessuno di noi era in grado di prevedere qualcosa del genere.

Proviamo ad andare con ordine e parliamo, innanzitutto, del gameplay, che di fatto permette a Link di fare qualsiasi cosa gli passi per la testa. Il mondo di gioco reagisce alla perfezione a ogni sollecitazione del protagonista, dando al giocatore la possibilità di sfruttare gli ambienti e le leggi della fisica a proprio piacimento, ottenendo in cambio un realismo spiazzante. Inutile mettersi a elencare tutto quello che ci ha lasciato a bocca aperta durante le fasi esplorative, così come il combat system o la geniale profondità dei tanti puzzle sparsi per il meraviglioso universo virtuale che ci siamo trovati di fronte. Ai pochi (rispetto a quanto siamo abituati) strumenti nell’inventario corrispondono un’infinità di soluzioni di gioco, capaci di mettere alla prova seriamente la nostra sanità mentale. Dettagliato e sfaccettato all’inverosimile anche il modo di affrontare i nemici: le armi saranno tutte (tranne qualcuna… chissà quale …) estremamente deperibili, costringendoci a cambiare il nostro stile per adattarlo di volta in volta ai mezzi ancora a disposizione, impegnandoci a fondo per salvare l’equipaggiamento dal deterioramento totale. Link ha sfruttato gli anni a disposizione per migliore e lo ha fatto decisamente alla grande: ha imparato a schivare e contrattaccare, con tanto di apposita animazione, sa sfruttare il parry in perfetto stile Dark Souls con lo scudo e può assalire gli avversari dall’ombra con un efficace attacco furtivo. Gli avversari, a loro volta, si sono fatti molto insidiosi e dietro l’aspetto cartoonesco si nasconde un livello di sfida notevole e un sistema così articolato da far impallidire le altre produzioni contemporanee: provare a tenere testa a due o tre Boblin contemporaneamente è, per esempio, un’esperienza frustrante e appagante che ci porteremo dietro a lungo.

La mappa di gioco è enorme e arrampicandoci sulle alture presenti qua e là avremo modo di godere appieno di panorami mozzafiato e pianificare al meglio, grazie al cannocchiale, i nostri successivi passi. Ogni collina, ogni anfratto sarà liberamente esplorabile: attenzione, però, alle previsioni meteo, visto che cambiamenti improvvisi nel clima finiranno per influenzare la salute e la capacità di movimento di Link e che flora e fauna si adegueranno a loro volta al tempo corrente. Ogni villaggio, ogni civiltà farà sfoggio della propria cultura e di architetture uniche, con graditi ritorni al passato che non potranno non fare breccia nel cuore degli appassionati di vecchia data. Un mondo vivo, pulsante, tratteggiando con maestria invidiabile. Roba, e non stiamo esagerando, da ridimensionare in pochi istanti colossi del passato come i vari The Witcher e Skyrim.

Vale la pena spendere qualche parola, infine, sulla trama, con l’accortezza di limitarci al minimo indispensabile per non rovinare l’esperienza di gioco a chi non ha ancora avuto modo di mettere le mani su questa pietra miliare nella storia dei videogame. Incontrare i vari personaggi e scoprire il ruolo di ogni artefatto, ogni singolo tempio, ogni popolazione è un motore talmente potente da tenere incollati allo schermo per ore, e sarebbe ingiusto rovinare la magia con fastidiosi spoiler. Vi basterà perciò sapere che l’opera è capace di andare subito al sodo: il tempo di veder comparire una schermata nero, una scritta minuscola e fin troppo sobria, una luce abbagliante e le parole “Svegliati, Link, svegliati”. L’eroe è steso in una vasca, apre gli occhi, si veste ed esce da un santuario in rovina. Si ritrova in una Hyrule disastrata ma ancora baciata dal sole. Cento anni prima aveva combattuto la sua nemesi storica, Ganon, uscendo sconfitto dallo scontro: tutto sembra perduto, ma il risveglio del nostro alter ego cambierà di colpo le carte in tavola portando di nuovo speranza negli abitanti di quelle terre disperate. Senza ricordare più nulla, Link si rimbocca le maniche e parte per l’ennesima Odissea col fine di salvare (e salvarci) tutti. Perché in fondo è l’unico in grado di compiere miracoli del genere.

Una narrazione non lineare, fatta di salti temporali e rievocazioni, scandirà il ritmo dell’avventura, con dialoghi a volte semplicemente sublimi in cui più che a Link i personaggi finiscono per riferirsi al giocatore stesso, a quei non più giovanissimi ragazzini cresciuti sognando di vivere sulla loro pelle Leggende altrettanto indimenticabili. Breath of the Wild non è semplice gioco: è un atto d’amore diretto allo stesso tempo a chi è diventato adulto scorrazzando felice per i campi di Hyrule e a chi ha deciso soltanto oggi di muovere i primi passi in quell’universo fiabesco, magnetico, irresistibile. Un titolo moderno, innovativo, complesso e completissimo forte però della stessa ardente, indomita anima di trent’anni fa. Si dice che il concept di Link sia ispirato a Peter Pan e la similitudine stavolta pare più azzeccata che mai: impossibile affrontare quest’ennesimo Zelda senza pensare al bambino che eravamo, all’adulto che siamo diventati, alle merende con gli amici davanti allo schermo (con buona pace di compiti e interrogazioni) e ai primi amori finiti oggi chissà dove. A quanto siamo cambiati, a come vorremmo cambiare ancora. The Legend of Zelda: Breath of the Wild ci conosce meglio di quanto conosciamo noi stessi. Diteci voi se questa non è vera magia…